Era sera. Avevo appena portato la cena a Lady Morrighan. Posai il vassoio sul tavolino e accesi la piccola lampada accanto alla finestra. Fuori il giardino era ormai avvolto dall'oscurità. Quella sera stava soffrendo. Lo vedevo dai suoi occhi, dal modo in cui teneva la tazza tra le mani, dal silenzio che sembrava pesare più delle parole. Non riusciva a capire il perché. Fu allora che mi chiese che cosa fosse davvero il mondo d'Inferno. Continuai a osservare il vapore salire dalla tazza. Per molto tempo avevo creduto che il mondo d'Inferno fosse il luogo del dolore più grande. Il buddismo dice che è uno dei Dieci Mondi. E ha ragione. Ma quella sera compresi che il dolore, da solo, non basta. Perché il dolore appartiene alla vita. Arriva. Ci attraversa. E, prima o poi, cambia forma. Il mondo d'Inferno nasce un istante dopo. Quando la mente ci convince che quel dolore non finirà mai. Che non esista più una strada. Che nessuna porta possa ancora aprirsi. Fu allora che mi accorsi di una cosa. L'Inferno non è ciò che ci accade. È il luogo in cui smettiamo di vedere qualsiasi possibilità oltre ciò che ci è accaduto. Per questo fa così paura. Perché non imprigiona il corpo. Imprigiona lo sguardo. Ci convince che il domani sia già stato scritto. Rimasi qualche istante in silenzio. Lei continuava a stringere la tazza tra le mani. Fuori era notte. Ripensai a un'antica allegoria buddista. Si racconta che il mondo d'Inferno sia abitato da guardiani che tormentano senza sosta chi vi dimora. Per molto tempo non ne avevo compreso il significato. Poi capii che quei guardiani non parlavano di creature. Parlavano della sofferenza. Più ci pungola. Più diventa insopportabile. Più, nel profondo, nasce il desiderio di uscirne. Forse è proprio questo il suo segreto. L'Inferno contiene già il primo passo verso la sua uscita. Perché la vita, anche nel buio più profondo, non smette mai di cercare la luce.