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Divina Commedia: L'Inferno - Canto XXVI - Ulisse

[whispered] Ok, al contrario stavolta, Vai Ulisse. Che da mille e mille anni vago avvolto da un'eterna fiamma, sul fondo di questa bolgia, questa è la mia condanna ecco dal nulla giunger tosto un misterioso viandante, che or che lo scruto abbene mi par esser Messer Dante! Accostati vicino, oh mio pari pe’ intellétto, così che io possa contarti ciò che mai prima fu detto. [verse] [very fast vocals] Sono Nessuno. Odisseo. O per i più Ulisse. e la leggenda mia sai fu Omero che la predisse e dal momento in cui Nettuno mi maledisse, cominciò il viaggio più incredibile che mente umana scrisse, ma ciò che i più non sanno le gesta che venner’omesse, non tornai a casa, sete di saper mi mosse, di saper del mondo il limite ove fosse, così che finii quaggiù infine davanti a Minosse. Che de’ remi facemmo ali al folle volo, e a famiglia mia arrecai sì grande dòlo, giacchè mi spinsi in così lungo viaggio, che a li compagni miei, al fin mancò il coraggio. Ma si che mai prima d’allora alcun umano, s’avventurò per mar così lontano e di convincermi a tornar tentai già invano, decisi di ricorrere all’ingegno come feci addietro con il re troiàno, e rivolsi ai compagni miei uno dei discorsi miei più arguti, che poi divenne fama, (che fatti non foste a viver come bruti) che questi tosto ne subìron l’influenza, (ma per seguir virtute e canoscenza). E dopo che varcammo lo stretto dov’ Ercole posò le sue colonne, più d’una notte e un'altra ancor passai io insonne, per il desiderio di scoprir l’altro emisfero, nevvèro, per fame del pensiero e sete di mistero, che sol del mar sentimmo noi respiro, soli e circondati dal blu come fosse zaffiro, finché la luna cinque volte fece il giro e infin terribil sorte ci colpì per mio raggiro. Fu per sete di conoscenza che finì nel trasformarsi in tracotanza, né bastò l’amor né di famiglia la mancanza, che tale fu del sottoscritto l’arroganza, nel voler travalicar divin divieto giacchè spinto da animo assai inquieto, sempre mi rifiutai di ritornar addietro, e questo fu il peccato mio mortale di credermi supremo nel pensiero e nell’ingegno, sì da poter violar sacro disegno che giunti in vista del celeste regno, sì alto monte ci si parò dinnanzi che certi di salvezza sorridemmo, ma la letizia si tramutò tosto in spavento in pianto terrore e lamento che fummo colti da sì forte vento, e da tal tempesta che tre volte la prua girò su sé stessa, e alla quarta si inabissò e il mar ci ricoprì la testa. [slow vocals] [spoken] E ora ascolta bene Messer Alighieri, che le sventure mie ti siano da lezione, che anche tu ti trovi ora per una selva oscura per esserti affidato solamente alla ragione. Per chi dell’intelletto si fa guida senza della grazia farsi cura, e all’ingegno suo s’affida senz'altra premura, per chi non conosce limiti e pecca d’ umana presunzione, al fin c’è solo il naufragio e l'eterna dannazione infin che ’l mar fu sovra noi richiuso sovra noi richiuso sovra noi richiuso sovra noi richiuso richiuso richiuso