
Ho questa repressione isolata, che, ogni tanto parte, non capisco se sia io, o una forza radicata, in disparte, fatto sta che trova sempre il momento giusto per colpirmi, pure in compagnia, a volte, sa come ferirmi. E poi che fai, rimugini nella mente, isolana, no non tocca terra ferma abitualmente, che mentre gli altri parlano, senti ovattato, tra di voi uno specchio, hai tappi ermetici, fissi nell'orecchio. Occhi al nulla, cercano risposte, anche il non detto rimasto indigesto, lo stomaco è vuoto, colmo d'ansia, conati da rigetto, come esagerare e bere più di un solo espresso, il cuore crede ma il cervello cerca sempre un nesso, sfoglia tra le carte come esperienza vissuta, abbina, e assòcia, aiutati che il ciel t'aiuta, il pilota automatico nasconde l'errore all'occhio umano, ma sotto sotto ti fa sentire sempre meno umano. Inganna gli altri, che sei già stato bravo con te stesso, loro non vedono, quello che mostra il riflesso, scritte al contrario le parole le vedi solo tu, come il significato inciso nella pelle dai tattoo. Proprio adesso, mentre scrivo questo testo, ma dai, in un attimo, rubato da un semplice gesto, che fai, scambio attimi da vivere con ipotesi, che, ormai, si sono perse nel silenzio, sè, in un forse o in un, ce la farai. E la vita poi diventa un continuo ripensare, rivalutare, ma senza una possibilità per cambiare, che sia reale, vivi tutto dentro di te, colpe su colpe che, alla lunga tramuti in scuse perché, l'amaro in bocca è reale, puntuale, un caffè venuto male, che prima assaggi, e poi, lo zucchero per fartelo andare, ma questa cura non funziona con te, lì silente, ancora perso a ricordare opzioni quando non puoi farci più niente. E torno ad osservare le mie giornate, alcune piene altre meno, ma non buttate, quindi perché mi sento sempre in colpa? E guardo il caffè che sta ancora lì, appoggio il cucchiaino sulle labbra, rido dentro me perché ormai è freddo... Ma non posso farci più niente.

