
Dove il sì suona tondo e le mani si aprono al vento, lì l’italiano non è grammatica, è movimento. Al nord si dice « polenta », al sud « cannolo e poi » – la stessa madre ride e stringe i figli suoi. San Marino sulla roccia, Roma dentro un’asse, il Papa in latino, ma il popolo in brace. La lingua è una piazza, la piazza è un caffè, si corregge il congiuntivo, ma si vive a metà. Un ragazzo di Lugano, uno di Palermo si capiscono al volo – un treno che non è fermo. Perché l’italiano è melodramma e formaggio, è un pugno sul tavolo, è un tenero naufragio. E quando la notte scende sulle vigne e sul mare, l’italiano non si spegne: comincia a cantare.

