
Nella parte più profonda della notte galleggiava una foresta capovolta. Le radici salivano verso le stelle, e fra i rami dormivano pesci silenziosi. Camminavo tra loro. Sotto i miei piedi era acqua, eppure i cerchi delle onde salivano verso il cielo. In lontananza, lune azzurre si sfogliavano una ad una, e volpi bianche ne portavano i frammenti. Sopra una collina senza nome, i fiori sbocciavano con gli occhi chiusi. Ogni petalo che cadeva dava vita a un piccolo sogno d'uccello. E quando quel sogno spiccava il volo, mutava il colore di un mare lontano. Tu eri là. O forse eri soltanto nebbia. O forse un ricordo smarrito della primavera. Eppure era certo: solo il paesaggio della notte respirava attorno a te. Pioveva argento. Ma la pioggia non cadeva alla terra. Silenziosa, sprofondava nel cielo. Aprii le mani. E nel palmo sorgeva una baia lontana. Un'alba su una barca di conchiglia oscillava senza voce. Nessuno desiderava nulla. Il fiume sognava il fiume. La pietra custodiva la memoria della pietra. Le nuvole, trasformate in dolci creature, attraversavano la luna. E ogni volta i confini del mondo si dissolvevano, splendendo appena, come una canzone dimenticata. Tu semplicemente eri. Né luce né ombra. Come un'altra notte riflessa sull'acqua. Non conobbi mai il tuo nome. Eppure, come la foresta che attende il mattino, come la polvere di stelle che si scioglie nel buio, come un fiore invisibile che sboccia nascosto, ogni cosa esistente sembrava condurre a te. E alla fine del sogno, quando il cielo colmo di pesci nuotò verso l'azzurro infinito, rimase una sola verità: tu eri qui. Una luce che non giunge a nessun luogo. Un vento che viene dal nulla. Come un sogno sognato dalla notte stessa. Dolce. Infinito. Colmo di quiete.

